Scrivere un pensiero costruttivo da un ospedale è sempre difficile, perché sei nel tempio della materia, quella più legata alla solidità, all'idea che ci tiene tutti in scacco, quella di essere solo un corpo. Finita l'emergenza che ti ha portato qui, che è sempre l'apoteosi della tua fragilità, ti svegli ancora più certa che ci deve essere un modo diverso per vivere, e per curare, e per guarire. In questo intermezzo tra la sofferenza e la comprensione ben vengano queste strutture, e il lavoro di queste persone che dedicano, volenti o nolenti, buona parte della loro vita ai corpi, rimanendone sempre più incastrati. Ma poi, se riesci a scalfire per un attimo il loro attestato giudizio, qualcosa appare, che è il motivo vero per cui essi sono qui. Un sorriso che appare incerto, una gentilezza che lascia loro stessi impreparati a loro stessi, e tutto cambia. Siamo solo nell'intermezzo, sta a noi superarlo verso la comprensione di ciò che siamo veramente, e che guarirebbe da sé ogni cosa sbagliata, o deteriorata.